1. Quale dei due è corretto nel mantra della gāyatrī: ‘suvaḥa’ o ‘svaḥa’?
Bhagavān Baba recita il mantra della gāyatrī secondo un suo stile unico pronunciando ‘suvaḥa’.
Nel Rigveda, la gāyatrī è presente con la frase “tat savitur vareṇyam... ...prachōdayāt” ma senza “bhūr bhuvas-s(u)vaḥa”.
Nel Krishna Yajurveda,
la taittirīya saṁhitā contiene delle occorrenze di “bhūr bhuvas-suvaḥa” non seguite da “tat savitur…”
la taittirīya āraṇyaka contiene:
occorrenze di “bhūr bhuvas-svaḥa” non seguite da “tat savitur…” (aruṇa praśhnaḥa)
‘suvaḥa’ in “Om bhūḥu Om bhuvaḥa Ogm suvaḥa…” seguite da “tat savitur…” (mahānārāyaṇōpaniṣhat)
Quindi, se recitiamo il mantra della gāyatrī nello stile del Krishna Yajurveda, ‘suvaḥa’ può essere una scelta approppriata. Così come ‘svaḥa’ nello stile del Rigveda.
2. Nei vostri documenti, avete usato in diversi punti ‘bramha’. Un professore di sanscrito ha dichiarato che la pronuncia corretta è ‘brahma’. Potete chiarire questo punto?
In sanscrito classico, il professore ha ragione.
Tuttavia, nel canto vedico, ‘brahma’ si pronuncia ‘bramha’, da qui la scrittura ‘bramha’ in SaiVeda.
Nota: Tale inversione si verifica in alcuni altri rari casi, come ad esempio ‘vahniśhikhā’ pronunciato ‘vanhiśhikhā’ (nārāyaṇa sūktam).
Il canto degli eccellenti e rinomati Challakere Brothers e Sri K. Suresh conferma questo punto.
3. La versione dello śhrī sūktam disponibile su SaiVeda sembra diversa da un’altra che ho ascoltato. Quale è la versione corretta?
Alcune preghiere ben note, come lo śhrī sūktam o il gaṇapati atharva śhīrṣhōpaniṣhat, appartengono a rami vedici estinti e sono recitate e conservate da rami vedici ancora viventi. Da qui le diverse versioni, tutte accettabili.
4. Nel gaṇapati atharva shīrṣhōpaniṣhat, dobbiamo cantare “saṁhitā sandhiḥi” oppure “sagmhitā sandhiḥi”?
‘gm’ appare solo nel Yajurveda. Questa frase appartiene ad un upaniṣhat dell’Atharva Veda, quindi ‘gm’ non dovrebbe apparire nel canto.
Poiché questa upaniṣhat viene spesso recitata da dei paṇḍit del Yajurveda, ‘gm’ compare quando pronunciano questa frase. Per questo motivo, ‘gm’ dovrebbe logicamente essere presente anche in altre frasi come “tvaṁ (tvagm) sākṣhādātmā 'si nityam” o “tvamēva kēvalaṁ (kēvalagm) hartā 'si”. Tuttavia, in molte versioni, non è così.
Infine, poiché questa upaniṣhat appartiene a un ramo vedico estinto, è necessario accettare molti modi di cantare basati sulla tradizione.
5. Potete spiegare la differenza fra ‘dadātu’ e ‘dadhātu’?
‘dadātu’ significa ‘dare’; ‘dadhātu’ è composto da ‘dadātu + dhārayatu’: dare E conservare / mantenere (per lungo tempo).
Il semplice dono (‘da’) può essere sprecato o perso, mentre ‘dha’ l’aggiunta di qualità positive (saggezza, moderazione…) per un uso approppriato e duraturo del dono.
Così, ‘da’ è legato all’aspetto materiale e immediato del dono, mentre ‘dha’ al suo aspetto sottile e duraturo.
6. Il canto del dēvī sūktam si differenzia dagli altri sūktam. Perché l’applicazione dei svarita, etc. non è la stessa degli altri sūktam?
Su SaiVeda, i documenti sul Rig Veda sono presentati in due stili: kāñchī pāṭha e śhṛngērī pāṭha. Per entrambi gli stili, le regole principali sono le seguenti:
le vocali lunghe e alte sono cantate in dīrgha svarita.
es: viśh’vadēēvai-ḥi |
le vocali corte e alte seguite da un suono nasale, sono cantate in dīrgha svarita sul suono nasale.
es:
bi-bhar’myahamin’n’drāg’nī
Le vocali corte e alte seguite da un visarga finale: la loro lunghezza è raddoppiata.
es:
duṣh’kṛta-ḥa || 2 ||
(parjanya sūktam, RVS 5-83)
Regola specifica per lo stile kāñchī
Le vocali corte e alte, non seguite da due consonanti (o, seguite da una consonante e da una vocale): la loro lunghezza viene raddoppiata.
es: rud’rēbhir’vasu-bhiśh’
7. Negli audio di SaiVeda, a differenza di molti altri, c’è sempre una pausa tra due vocali. A quale regola si riferisce?
Il libro “The Taittirīya Prātiśhākhya – with the commentaries tribhāṣhyaratna and vaidikābharaṇa”, edito da R. Shama SASTRI e K. RANGACARYA, si occupa del sistema fonetico in vigore nell’India antica come applicato nella taittirīya saṁhitā del Krishna Yajurveda.
In questo libro, la regola 22:13 (p. 498) tratta in particolare della pausa tra due vocali (vivṛttivirāmaḥa).
Secondo questo prātiśhākhya, la pausa deve durare 1 mātra.
Vengono forniti tre esempi:
- ‘sa [pausa] idhānaḥa’ (TS 4-4-4)
- ‘ta [pausa] enam’ (TS 2-3-11)
- ‘tā [pausa] asmāt’ (TS 2-4-4)
La durata della pause è quindi la stessa, sia che la vocale finale della prima parola sia breve (es. 1 e 2) o luonga (es. 3).
8. Qual è la differenza tra il kāñchī pāṭha e lo śhṛngērī pāṭha?
Il kāñchī pāṭha e lo śhṛṅgērī pāṭha sono due stili (pāṭha) diversi di recitazione dei mantra del Rigveda. Quando una sillaba breve, non seguita da due consonanti, è alta (udātta), viene cantata breve nello stile śhṛṅgērī, mentre viene allungata di una battuta nello stile kāñchī (indicato da un trattino in RCCS).
Esempio (RV 1-1) :
स न॑ पि॒तेव॑ सू॒नवेऽग्ने सूपाय॒नो भ॑व । सच॑स्वा नः स्व॒स्तये ॥९॥
- In stile kāñchī, questo esempio contiene solo due estensioni:
sa na[fp]’ pitēva- sūnavē (a)g’nēē sūpāyanō bha-va | (due estensioni)
sachas’vā nas’ svas’tayēē || 9 || || (nessuna estensione: ‘cha’ è seguito da due consonanti, ‘s’ e ‘v’)
- Nello stile śhṛṅgērī, non c’è alcuna estensione:
sa na[fp]’ pitēva sūnavē (a)g’nēē sūpāyanō bhava |
sachas’vā nas’ svas’tayēē || 9 ||
Eccezione: in entrambi gli stili, le vocali brevi e alte prima di una visarga finale (ḥ) sono allungate di una battuta.
Esempio (RV 1-89): ...अप॑रीतास , उ॒द्भिद॑ ।
...apa-rītāsa , ud’bhida-ḥa | (kāñchī)
...aparītāsa , ud’bhida-ḥa | (śhṛṅgērī)
9. Alla fine dello Sri Rudram, “ayaṁ śhiva…” viene talvota scritto o cantato come “ayagm śhiva…”. Perché non è così in SaiVeda?
अ॒यं मे वि॒श्व भेषजो॒ ऽयं शि॒वाभि॑मर्शनः ॥
ayam’ mēē viśh’va bhēēṣhajō (a)yaṁ’ śhivābhimareśhanaḥa ||
Nel Krishna Yajurveda, un anusvāra ‘ṁ’ seguito da ‘śh’ si trasforma in ‘gm/ge’ o ‘gge’. Ma questa regola non può essere applicata a questo mantra, poiché fa parte esclusivaente del Rigveda (RV 10-60-12) e deve quindi seguire le regole di canto del Rigveda, secondo le quali un anusvāra ‘ṁ’ suivi de ‘śh’ rimane invariato. La pronuncia corretta è quindi “ayaṁ śhiva”.
10. L’oṁ è molto presente nel canto dei Veda. Fa sempre parte del mantra?
Le regole del sandhi gli devono essere applicate?
Risponderemo con l’aiuto di alcuni esempi.
Es1: 1ª frase dello Sri Rudram
oṁ namastē rudra manyavē...
Questo oṁ non appartiene a questo mantra specifico della saṁhitā. Se viene cantato, è solo come introduzione allo Sri Rudram. Per quanto riguarda la saṁhitā, è possibile verificare se una parola appartiene o meno a un mantra grazie al pada pāṭha, che riporta separatamente tutte le parole della saṁhitā.
Nel caso in cui questo oṁ sia cantato, può essere:
- on-namaste rudra (sandhi applicato) in un solo respiro (come nel canto dei Challakere Brothers) o
- oṁ (anusvāra classico o pura ‘m’) - silenzio - namastē
Es2: Mahānārāyaṇōpaniṣhat (TA-10-35-1)
om bhuḥu | om bhuvaḥ | ogm suvaḥa | om mahaḥa |
oñ janaḥa | on tapaḥa | ogm satyam |
Tutti questi oṁ fanno veramente parte dei mantra, e le regole del sandhi devono essere applicate, come conferma il canto dei Challakere Brothers.
Es3: 1ª frase della śhīkṣhāvallī (subito dopo il śhānti mantra)
oṁ śhīkṣhāṁ vyākhyāsyāmaḥa |
Questo oṁ, sebbene presente in molte fonti scritte, non fa parte del mantra. Va piuttosto considerato come il praṇava d’introduzione alla upaniṣhat. Può essere (o meno) parte del canto, come si può sentire nel canto di Sri K. Suresh, dove questo oṁ non è cantato, e in quello dei Challakere Brothers, dove viene cantato.
Di conseguenza, possiamo:
- cantare oṁ (o om) - silenzio - śhīkṣhāṁ... (come i Challakere Brothers)
- o non cantarte l’oṁ (come Sri K. Suresh).
In un canto di gruppo, è ovvio che si debba scegliere e poi adottare una versione comune.
La domanda successiva è:
In questo esempio, è possibile applicare una regola sandhi, come in “oṁ namastē rudra manyavē...”?
Se si dovesse applicare una regola di sandhi in questo caso, dovrebbe essere la regola di sandhi (gm) specifica del KYV, e l’ogm śhīkṣhāṁ dovrebbe essere cantato. Ciò implicherebbe che questo oṁ sia parte del mantra (cosa che non è).
Inoltre, se non si applicassero regole e l’oṁ śhīkṣhāṁ fosse cantato in un unico respiro, ciò corrisponderebbe allo stile di canto del RV, ma questo mantra non appartiene al RV.
Quindi, in questo esempio, è possibile cantare l’oṁ seguito dal silenzio, oppure non cantarlo.
11. Nel gaṇapati prārthanā, troviamo il mantra | dhīnāmavitryavatu |. La sillaba ‘trya’ è breve o lunga?
La sillaba ‘trya’ è in realtà UNA sola sillaba. Poiché la vocale ‘a’ è breve, la sillaba ‘trya’ è corta e dura solo un tempo, come le due sillabe successive, ‘va’ e ‘tu’.
Questa sillaba non deve essere cantata ‘traya’ o ‘triya’; non deve durare due tempi.
Allo stesso modo, nel mahāmṛtyuñjaya mantra, la sillaba ‘trya’ di ‘tryambakaṁ’ dura 1 tempo, seguito da un tempo per il raddoppio della nasale ‘m’ di ‘tryam’: trya-m-bakaṁ.
Nel chamakam 11, invece, troviamo ‘trayastrigm’. In questo caso, ‘traya’ dura due tempi: un tempo per ‘tra’ e un tempo per ‘ya’. La parola si scrive ‘trayastrigm’ e non ‘tryastrigm’.